L’occhio al buio: come si vede di notte

È lo strumento che tutti hanno già e che quasi nessuno usa al massimo. L’occhio al buio non funziona come di giorno: cambia il tipo di cellule che lavorano, cambia il tempo di reazione, cambia perfino il modo giusto di guardare un oggetto debole. Sapere come funziona vale più di un accessorio comprato, perché decide quanto si vede di tutto il resto.

Due retine nella stessa retina

La retina ha due tipi di fotorecettori con compiti diversi. I coni lavorano con la luce abbondante, distinguono i colori e danno il dettaglio fine; sono concentrati nella fovea, il punto centrale dove cade quello che stiamo fissando. I bastoncelli lavorano con pochissima luce, non distinguono i colori e danno un’immagine meno definita; sono assenti proprio al centro e diventano numerosi spostandosi verso la periferia.

Questa divisione spiega tre esperienze che chiunque abbia osservato riconosce. Di notte i colori spariscono e tutto diventa grigio: stanno lavorando i bastoncelli, che il colore non lo vedono. Le nebulose e le galassie appaiono grigio-verdi anche quando le fotografie le mostrano rosse: la luce che arriva all’occhio è troppo poca per accendere i coni. E il dettaglio è sempre inferiore a quello che il telescopio potrebbe dare: la parte di retina che sta lavorando non è quella più fine.

Quanto tempo serve davvero

L’adattamento al buio ha due fasi con tempi molto diversi, misurati in laboratorio da decenni.

La prima è quella dei coni e si esaurisce in cinque o dieci minuti: è la fase in cui si smette di sbattere contro le cose. La seconda è quella dei bastoncelli, che chiedono dai venti ai quaranta minuti per recuperare piena sensibilità dopo una luce forte, ed è questa la fase che conta per l’osservazione. Alla base c’è un fatto chimico: la rodopsina, il pigmento dei bastoncelli, si rigenera con calma, e per la rigenerazione completa servono oltre trenta minuti.

Da qui la regola pratica più redditizia della serata: i primi trenta minuti sotto il cielo non sono tempo perso, sono lo strumento che si accende. L’oggetto difficile va tentato alla fine, non appena arrivati. Ed è anche il motivo per cui una serata di due ore rende molto più del doppio di una da un’ora.

Perché la luce rossa

I bastoncelli sono poco sensibili al rosso profondo. Una luce rossa e debole permette di leggere una mappa e di cambiare oculare senza smontare l’adattamento costruito in mezz’ora; una luce bianca, anche per un secondo, riporta indietro di parecchi minuti. Uno schermo di telefono a piena luminosità è la cosa peggiore che si possa fare a metà serata, e capita quasi sempre per controllare qualcosa che si poteva controllare prima di uscire.

Due cautele, perché il rosso non è magico. Deve essere debole: una torcia rossa potente acceca comunque. E deve essere davvero rosso: molte torce “rosse” economiche sono bianche filtrate male e lasciano passare abbastanza verde da fare danno. Per questo tutte le pagine di questo sito hanno una modalità a luce rossa nella barra in basso, e le pagine degli strumenti sono impaginate anche per la stampa: sotto il cielo, un foglio letto con una luce fioca funziona meglio di qualunque schermo.

La visione distolta: guardare accanto per vedere

Siccome al centro della retina i bastoncelli mancano, un oggetto debole fissato dritto può sparire e ricomparire spostando lo sguardo di lato. Non è un’illusione: è la conseguenza diretta di dove stanno le cellule giuste.

La tecnica si chiama visione distolta e si impara in una sera: si punta lo sguardo una decina o una ventina di gradi accanto all’oggetto, tenendolo però nell’attenzione. In un binocolo o in un oculare significa guardare verso il bordo del campo mentre l’oggetto sta al centro. Molte galassie deboli si vedono solo così, e la differenza è netta: da niente a un fantasma grigio, che è esattamente quello che una galassia è, vista dal vivo.

Due complementi che funzionano bene insieme alla visione distolta: muovere leggermente il telescopio, perché l’occhio nota il movimento anche quando non nota la luce, e respirare bene, perché la sensibilità al buio è sensibile all’ossigenazione. Trattenere il fiato per stare fermi, che è l’istinto di tutti, lavora contro.

Cosa rovina l’adattamento senza che ce ne accorgiamo

  • I fari di un’auto che arriva al parcheggio: mezz’ora buttata. Vale la pena scegliere un punto di osservazione che non veda la strada, non solo che non veda i lampioni.
  • Lo schermo del telefono, anche in modalità notturna. Se serve, luminosità al minimo e filtro rosso, e comunque il meno possibile.
  • La Luna, che non solo illumina il cielo ma abbaglia direttamente se si osserva senza filtro e poi si torna sul profondo cielo. Conviene tenere la Luna per la fine.
  • Il pomeriggio passato al sole senza occhiali: una giornata di luce forte rallenta l’adattamento della sera. È un effetto reale e poco conosciuto.

Come si mette in pratica

Arrivare presto, montare con la luce che c’è ancora, decidere la sequenza degli oggetti prima di spegnere tutto. Poi mezz’ora di cielo senza schermi, cominciando dagli oggetti facili e luminosi mentre l’occhio si accende, e tenendo per ultimi quelli che stanno al limite. Se durante la serata qualcuno accende una luce bianca, il conto ricomincia: vale la pena dirlo prima a chi è venuto insieme.

La sequenza si prepara in anticipo con il taccuino della serata, che mette gli oggetti in ordine di orario e di altezza, e la si stampa: sotto il cielo, meno schermi ci sono e più si vede.

Fonti

  • Michael Kalloniatis e Charles Luu, Light and Dark Adaptation, in Webvision: The Organization of the Retina and Visual System, University of Utah — NCBI Bookshelf
  • Tempi di recupero di coni e bastoncelli e cinetica della rigenerazione della rodopsina: letteratura riassunta in Recent advances in the dark adaptation investigationsPubMed Central

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